Laura Spreafico Italia - Francia FIBA Eurobasket Women’s 2025 3°-4° posto FIP 2025 Atene 29/06/2025 Foto Ciamillo - Castoria

Il gap nella rappresentazione di genere

Vi faccio una domanda: se vi chiedessi di chiudere gli occhi e di nominarmi, senza pensarci, almeno cinque atlete internazionali di qualsiasi sport, sapreste dirmeli?

Qualcuno potrebbe rispondere che è una domanda tendenziosa, che non rispecchia la realtà perché “tutti conoscono delle atlete famose”: ma non è così.

Se fosse così semplice, se tutti conoscessero almeno un’atleta famosa, probabilmente un’agenzia di marketing come la Mullenlowe non avrebbe alcun motivo di fare campagne a sostegno di un dialogo più aperto all’equità di genere. E, invece, non è così e questo ce lo dimostra proprio la Mullenlowe con il progetto “Redraw the balance”, una campagna che mostra come, sin da bambini, siamo portati a pensare che certe professioni siano solo per uomini.

È interessante vedere come, all’improvviso, gli occhi delle bambine presenti nell’aula si illuminino quando scoprono che, anche loro, possono diventare pompieri, astronauti, dottoresse. E quindi, perché non anche atlete?

Perché spesso, nelle discussioni da bar, lo sport al femminile non viene mai menzionato, in televisione non vengono quasi mai trasmesse le partite di squadre femminili, neanche le squadre di massimo livello come le nazionali (se non con qualche rarissima eccezione), le società sportive tendono ad abbandonare i progetti al femminile perché più complicati da gestire: troppe variabili da prevedere, tasso di abbandono troppo alto, non c’è vivaio, non ci sono speranze, le ragazzine non sono interessate allo sport.

Eppure, mi sento di dissentire. Perché l’ho vissuto sulla mia stessa pelle, da ragazzina che rimaneva a guardare gli allenamenti della prima squadra che giocava in Serie A, e da adulta che ha visto come, bambine più piccole, hanno iniziato ad appassionarsi sempre di più a questo sport: tutte ci siamo viste, grandi, piccole, giocatrici del passato e del presente, dal nulla si è aperta la possibilità di un cambiamento.

Vedere, dunque essere viste, cioè rivedersi

Quando vi dicono che non importa la rappresentazione di genere, che sono lamentele sterili, ricordate loro che molte bambine, ragazzine, quando devono parlare di un loro idolo, al 90% dei casi parleranno di un uomo. Non di una donna.

Perché non hanno ancora avuto modo di scoprire né di essere guidate alla scoperta di un universo al femminile dove le donne hanno comunque spazio.

Se pensiamo a mente fredda allo sport, ci vengono naturalmente nomi di atleti professionisti e qui sta la chiave di tutto il discorso. Le donne continuano a non essere considerate professioniste, neanche quando hanno raggiunto il massimo livello sportivo, neanche quando hanno fatto molto di più dei loro colleghi uomini, tant’è vero che spesso sono costrette a fare più di un lavoro (quindi non sono atlete a tempo pieno pur essendolo), sono costrette a fare una scelta tra vita sentimentale e carriera, ad accettare lavori all’estero, a scegliere di collaborare in maniera più stretta con sponsor per compensare il vuoto che esiste a livello salariale tra i due sessi.

Atlete e professionismo sportivo

Il professionismo, in Italia, è regolato dalla Legge 23 Marzo 1981, n°91: all’articolo 2 della stessa legge, troviamo scritto che la decisione di riconoscere o meno lo status di “professionista” in favore delle atlete e degli atleti è nelle mani delle federazioni. Ad oggi, tuttavia, le atlete non sono riconosciute pienamente come professioniste e non godono dei medesimi strumenti di tutela e garanzia previste dalla legge a favore degli uomini.

Pensate che Federica Pellegrini, LA nuotatrice per eccellenza, non è stata ufficialmente riconosciuta come professionista per buona parte della sua carriera.

Di conseguenza, rientrando nelle categorie dilettantistiche, alle donne non viene garantita alcuna assicurazione sanitaria e non sono provviste di tutela in caso di invalidità, così come il rapporto con le società viene regolato esclusivamente da accordi economici che prevedono tutt’al più la possibilità di un rimborso spese o forfettario. Capiamo, dunque, che non esiste tutela né diritto a contributi pensionistici indennità per la maternità (non sono rare, infatti, le clausole “anti-gravidanza” all’interno dei contratti): terribilmente triste è il caso della pallavolista Lara Lugli che all’inizio del 2021 venne citata in giudizio dalla sua stessa squadra per non aver comunicato, al momento della firma del contratto, la sua volontà di avere figli.

Un primo passo verso il riconoscimento dello status professionistico è stato fatto nel mondo del calcio italiano (e non solo) e un forte incentivo a livello normativo è giunto anche da un emendamento firmato dal senatore Tommaso Nannicini alla Legge di Bilancio del 2020 che ha introdotto misure in favore dello sviluppo del professionismo femminile. Purtroppo, però, in questa manovra è stato dato troppo spazio e pochi vincoli alle singole società che hanno potuto decidere se adeguarsi o meno a questa posizione.

Dal 2022, però, la Serie A del calcio femminile è diventata professionistica e sono state introdotte maggiori tutele lavorative, previdenziali e assicurative per le atlete; inoltre, esistono fondi pubblici per favorire il professionismo femminile. Tuttavia, solo poche discipline in Italia hanno un vero status di professionismo e molte atlete di alto livello restano tecnicamente “non professioniste” pur vivendo di sport.

Si comprende, quindi, perché molte ragazze e donne diffidano dal mondo sportivo: perché i loro sacrifici, pari e talvolta superiori rispetto a quelli dei loro coetanei, non vengono ripagati e, anzi, non vengono neanche presi in considerazione.

Nel panorama americano, però, qualcosa inizia a muoversi: infatti è grazie all’economista Claudia Goldin, vincitrice del Premio Nobel per l’economia e per i suoi studi sul mercato e sul lavoro femminile, che le giocatrici della WNBA, la più alta lega cestistica americana al femminile, hanno avuto la meglio nelle negoziazioni dell’aumento salariale (di circa il 400%) in quanto giocatrici professioniste. Per l’ennesima volta, una questione femminile viene visualizzata e affrontata da una donna per altre donne, all’interno di un sistema che delle donne non vuole occuparsene.

Ha senso parlare e proporre un metodo egualitario?

Veniamo, dunque, all’annosa questione: basta veramente applicare gli stessi schemi e metodi sia allo sport femminile che quello maschile per ottenere gli stessi risultati? Oppure gli strumenti vecchi non funzionano più e occorre un cambiamento?

Sarebbe bello, ed infinitamente semplicistico, rispondere di sì. E, in effetti, ha parzialmente senso come risposta.

Perché sì, probabilmente se alle ragazze, e alle donne, fossero offerte le stesse opportunità e condizioni degli uomini, non staremmo qui a discutere di tutto questo.

Ma non è così semplice. E non lo è perché occorre fare una digressione: l’equiparazione non è possibile perché non ci sono gli stessi elementi di partenza. E non parliamo solo di impianti sportivi, società o federazioni, ma parliamo di educazione delle bambine.

Un sistema da ricomporre da zero

Prima di arrivare a poter equiparare i due sport, che come tali vanno gestiti in maniera differente, occorrerebbe cambiare radicalmente i metodi di approccio alla libertà di movimento che vengono imposti alle bambine.

Andrebbero cresciute bambine libere di sporcarsi, di arrampicarsi, di sudare e di sbucciarsi le ginocchia, anche a costo di rompere i collant: e no, non perché debbano crescere “come i maschi”, ma perché imparino sin da piccole che il loro corpo e il loro spirito non sono loro nemici, ma alleati.

Alle bambine andrebbe insegnato che si può essere aggressivi, competitivi, agili, ma senza trasformare il tutto in una gara: che nessuno ha intenzione di giudicarle perché ognuno è libero di essere come vuole, quando vuole.

E questo non vuol dire dare fuoco alle gonne glitterate, alle ali da fatina o agli stickers con gli unicorni, ma vuol dire creare un ambiente dove ogni bambina può sentirsi libera di giocare con tutte le altre, nella propria unicità.

Che siano sport di contatto o di precisione, di gruppo, di squadra, singoli, in acqua, sul parquet o su un manto erboso: qualunque sia la scelta, ogni bambina deve avere la possibilità di accedervi, di crescere all’interno di quello sport, di scoprirne la bellezza ma non tramite gli occhi degli altri ma attraverso i propri, con un linguaggio che si avvicina al suo, che la comprende e la accetta.

Le donne, le bambine, hanno un percorso differente da affrontare rispetto agli uomini: scoprono molto presto di essere “guardate” dagli altri, sviluppano troppo presto il senso della vergogna, dell’imbarazzo, la mancanza di autostima, la paura di deludere qualcuno a cui tengono, imparano troppo presto che il proprio corpo è un peso, perché non rientra in uno schema, in una categoria, che è sbagliato.

Gli uomini non hanno la via più semplice, anche loro hanno le loro sfide e aspettative da combattere, eppure su una cosa – enorme – sono avvantaggiati: il sistema è costruito a loro immagine e somiglianza. Non saranno mai fuori luogo, perché lo spazio è stato costruito per loro, così come sono. O meglio, come la società ha voluto che loro fossero.

Quindi sì, probabilmente equiparare i due sport potrebbe aiutare, ma non sarebbe risolutivo, sarebbe come dare un libro nelle mani di chi ha già imparato a leggere e chi, invece, non sa neanche come aprirlo: finché non ci saranno i presupposti di base per cui, a livello macro, le bambine avranno le stesse possibilità dei loro simili, fin quando non ci sarà un sistema che le comprenda in pieno, senza forzarle dentro schemi che non gli appartengono, allora a livello micro non potremo mai assistere ad un vero e proprio cambiamento.

Chi vivrà, vedrà (forse, speriamo)

La strada è ancora lunga e passerà molto tempo prima che potremo assistere ad un reale cambiamento di rotta a livello di federazioni e di società, tuttavia è giunto il momento che vengano poste le prime pietre per una rivoluzione culturale che parta dal basso, dalle donne che finalmente si riappropriano degli spazi che gli sono stati negati per troppo tempo e che sono state messe all’angolo da una società che ha preferito confinarle e controllarle, invece di trovare nuovi modi per appoggiarle nella loro crescita personale.

È tempo di chiudere e di lasciare che chiunque, posto che qualcuno leggerà questo sproloquio, tiri le somme del discorso: mi godo i miei festeggiamenti per la Serie B, ringrazio le mie compagne che hanno deciso di percorrere questa strada con me, di ricominciare a giocare seppur adulte, di avermi fatto scoprire che l’amicizia, anche nella competizione, anche da grandi, anche tra donne è possibile trovarla anche su un campo da basket fatiscente.

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