Spesso sentiamo dire che le ragazze e le donne non sono interessate a praticare uno sport perché hanno altre velleità. Ma è realmente così? Oppure è un problema più grande reso infinitamente semplice?
Di Bianca Cannarella
Vecchie glorie e nuovi ritorni
Gioco a pallacanestro, o meglio, quando non sono infortunata e il mio corpo collabora, gioco a pallacanestro.
Mettiamola così: faccio parte di una squadra di pallacanestro, un progetto sperimentale iniziato per far ripartire il settore femminile a Siracusa, la mia città, dopo anni – almeno una decina – in cui le squadre femminili sembravano essersi estinte.
Non è un territorio facile. Ha una memoria pesante da portare sulle spalle, dei fantasmi del passato (sportivo) difficili da eguagliare: il sogno della pallacanestro italiana, la Trogylos Priolo, la squadra che ha portato la provincia di Siracusa sul tetto d’Italia e d’Europa, grava sulle giocatrici vecchie e nuove come un macigno.

Insomma, l’anno scorso è ripartito questo progetto, riunendo atlete fuori dai giochi da almeno dieci-quindici anni, atlete giovani e giovanissime, formando un gruppo di età comprese tra i 15 e i 45 anni, atlete con background sportivi rilevanti, atlete che hanno voluto rimettersi in gioco, atlete stanche di vedere che la rappresentazione femminile passi sempre in sordina.
Abbiamo tutti gli stessi spazi e possibilità?
Come dicevo all’inizio, sono stata spesso infortunata quest’anno, vuoi perché passo buona parte delle mie giornate seduta ad un computer e quindi al minimo contrasto i dolori hanno la meglio, vuoi perché la pallacanestro è ormai diventata molto più fisica di quanto ci ricordassimo, in ogni caso questi periodi – vari – di stop sono stati molto utili per vedere le cose da una posizione ibrida.
Ero dentro il campo, in mezzo agli allenamenti, nelle chat di gruppo, nelle discussioni con il coach, ma ero anche fuori, in mezzo ai tifosi, sugli spalti. Così facendo, ho avuto modo di riflettere un po’ su alcune questioni che esperte ed esperti di rappresentazione di genere, sociologi e molti altri affrontano da tanto tempo.
Nel frattempo, è passato un intero campionato e si è concluso con una grandissima soddisfazione: la promozione in Serie B. Da leggenda metropolitana, da sogno per ultimi romantici, la pallacanestro femminile ha dato segnale che un cambiamento è possibile. A patto che vi siano spazi, luoghi, realtà pronte a supportare il tutto, ma non solo. È stata l’ennesima dimostrazione che, in quanto donne e sportive, anche in questo caso dobbiamo guadagnarci con le unghie e con i denti quegli stessi spazi.

Sono arrivata, dunque, a pormi due domande fondamentali: quanto conta la rappresentazione di genere? E quanto è sbagliato paragonare sport maschili e femminili, cercando una forma di equità?
Donne e sport
Per comprendere appieno il fenomeno (e le domande) sopracitate, occorre fare un passo indietro e partire da un’altra questione: dove inizia il problema?
Immaginiamo che tutti i bambini vengano esposti alla pratica sportiva nella medesima maniera e con la medesima prospettiva, cioè quella di un pieno sviluppo delle capacità fisiche ma anche relazionali, e immaginiamo – almeno temporaneamente – che non vi siano problematiche strutturali di accesso allo sport (vedasi costo del mensile, gli spostamenti eccessivi, impianti sportivi esigui e, se presenti, sovraffollati o troppo lontani da raggiungere) e che i progetti scolastici sostenuti in età infantile siano sufficienti per far conoscere l’intero panorama di sport praticabili ai bambini: cosa succede in adolescenza?
Secondo uno studio sostenuto da Sport England e riportato da Women in Sport, analizzando un campione di 4000 adolescenti maschi e femmine, emerge un dato lampante: nell’esatto momento in cui le ragazze si trovano ad entrare nella fase adolescenziale, circa l’88% delle giovani che un tempo si definiva “amante dello sport” e sportiva, cambia radicalmente opinione.
“Drop-out” femminile: i numeri dell’abbandono
Le ragioni di questo fenomeno, noto con il termine “drop-out”, abbandono, vanno ricercate innanzitutto in alcuni concetti chiave: percezione di sé, capacità e ansia da prestazione, autostima.
Stando a quanto riferito da questo studio, il 61% delle adolescenti si sente giudicato nella pratica sportiva, mentre il 50% non si sente di essere “brava abbastanza” da poter proseguire: in buona sostanza, fin quando lo sport è gioco, è relazione con l’altro, allora funziona, quando diventa qualcosa di più – e viene caricato da aspettative sociali non indifferenti – il discorso cambia e diventa insostenibile.
Sport England suddivide le partecipanti a questo studio in tre categorie: “never sporty”, “used to be sporty” e “sporty now”, intendendo dunque distinguere tra chi non ha mai avuto un apprezzamento particolare verso lo sport, chi è stato sportivo per un periodo e chi, invece, riconosce nello sport uno stimolo a migliorarsi.
Per esempio, tra i soggetti che non sono mai stato sportivi, il 70% odia fare sport e il 60%, invece, odiava l’ora di ginnastica a scuola. Il problema di questo odio nei confronti dello sport va ricercato, tuttavia, in un elemento chiave: la percezione da parte del gruppo. Spesso, infatti, non è tanto lo sport in sé l’oggetto del contendere, quanto più l’attenzione – negativa – da parte del gruppo: di chi è più bravo verso chi, invece, ha più difficoltà, di chi ha paura di sembrare “poco curato”, di chi si sente in difetto perché non è bravo come gli altri.
Improvvisamente il corpo e il movimento passano attraverso una lente che costringe le giovani a ridimensionare la propria libertà di espressione per appagare un’ideale altrui: lo sport diventa in questo modo non un luogo di miglioramento, bensì di vulnerabilità.
E la situazione non migliora con la crescita: infatti, superata la maggiore età la quota delle ragazze che praticano uno sport scende fino al 32%, paragonato al 47,7% dei ragazzi.
Tuttavia, ridurre tutto questo discorso ad una “semplice” questione psicologica e di peer-influence2, sarebbe una banalizzazione perché il fenomeno va ben oltre e la componente sociale è preponderante.
Questione ciclo mestruale
Un altro elemento fondamentale, ma che spesso (sai che novità?) non viene nemmeno menzionato nelle discussioni sportive è il ciclo mestruale: infatti, secondo la nutrizionista Miranda Popen (@theperiodlab su Instagram), che conta oltre 236 mila followers sulla sua piattaforma dove parla di alimentazione mirata per le donne, la differenza sostanziale tra delle ragazzine in fase adolescenziale e delle donne – più adulte – che praticano uno sport non è solo una questione di opportunità che viene da “fuori”, ma se il loro corpo gli consentirà di accedere quelle già esigue chances.
A 14 anni, le ragazze abbandonano lo sport il doppio dei loro coetanei, e quasi l’80% delle ragazze preferisce evitare di praticare sport durante il ciclo, mentre un 50% riferisce che è proprio il ciclo che gli impedisce di giocare: ognuna di queste ragazze, grandi e piccole, perdono almeno una settimana al mese di allenamenti per via dei dolori mestruali, quasi il 25% degli allenamenti di un anno, per una cosa che non dipende neanche da loro.
Gli allenatori non sono preparati sul funzionamento del corpo femminile, i programmi di allenamento quasi mai prevedono delle alternative per andare incontro alle atlete: dunque, la soluzione più semplice è abbandonare, poiché il sistema non riesce ad adattarsi a nuove esigenze.
Sport femmina
Le donne, giovani e non solo, oltre ad essere investite sin dalla tenera età da commenti e aspettative che stravolgono i loro corpi e le loro menti, sono sottoposte ad altro genere di pressioni esterne che, inevitabilmente e in maniera subliminale, plasmano il loro modo di vedere lo sport. Secondo Paolo Ferrara, direttore generale di Terre des Hommes3, esiste una tendenza culturale a considerare gli sport femminili come “hobby”, sport minori e dilettantistici, così come tristemente confermato in una recente conferenza stampa da parte dell’attuale Presidente della FIGC, Gabriele Gravina.
Esistono dunque Sport di Serie A, meritevoli di maggiori spazi mediatici ed economici, e Sport di Serie B… per non dire D.
E, casualmente, gli sport praticati da donne, anche quelli ritenuti “maschili” – vedasi il calcio – poiché praticati da donne, rientrano sempre in questa seconda categoria.
A questo punto, viene dunque spontaneo domandarsi se non sia la dicotomia in sé donna-sport che non sia ben vista a livello societario e formativo.
E questo lo rivediamo dal linguaggio utilizzato dagli esperti del settore e dai giornalisti, dall’attenzione riposta non tanto alle imprese sportive ma ai particolari della loro vita sentimentale o del loro stile e scelte di vita: pensiamo ai vari gossip sui fidanzati della cestista Valentina Vignali, al matrimonio omosessuale e la figlia della cestista – tra le più vincenti della storia sportiva italiana – Giorgia Sottana, ai look “poco femminili” della tennista Sara Errani oppure gli outfit “troppo appariscenti” della tennista Naomi Osaka, pensiamo alla scelta di cambiare paese dove giocare della pallavolista Myriam Sylla, ai capelli colorati della pattinatrice Alysa Liu.
Passa poi dai poch(issim)i contratti rilevanti in materia sportiva, dal numero esiguo di atlete che viene usato come modello di riferimento per uno sport d’alto livello e nelle pubblicità, dagli investimenti degli sponsor nelle società femminili. E, purtroppo, potremmo anche andare avanti.
Un articolo di dRepublica firmato da Giulia Mattioli ci ricorda che un elemento preponderante della discussione è anche quello della qualità dell’esperienza sportiva, in quanto negli sport femminili – a livello internazionale – le possibilità di fare carriera, avere più opportunità di emergere, ma anche soltanto a livello di visibilità e strutture sono nettamente inferiori rispetto all’esperienza vissuta dai colleghi uomini.
La questione non si ferma qui, perché come ci ricorda Sara Magnacavallo in un articolo della rubrica “Alley Oop” sul Sole24 ore, “il divario si trascina fino ai vertici della dirigenza sportiva. […] a malapena un allenatore su cinque (19,8%) è donna. […] Percentuali che calano ulteriormente se si osservano i ruoli dirigenziali: il 15,4% nelle società sportive e il 12,4% in federazione.”. Capiamo quindi che, pian piano, l’asse della discussione si sta spostando: non è più una questione personale ma sistemica.
Uno degli esempi più rilevanti e recenti cui abbiamo assistito è stata la differenza di trattamento ricevuta dalle atlete della Nazionale di Hockey statunitense durante le ultime Olimpiadi invernali. La squadra femminile è già al suo terzo oro Olimpico (1998, 2018 e 2026), mentre per la squadra maschile era la prima volta in 46 anni: senza voler togliere alcun merito all’impresa sportiva raggiunta dalla squadra maschile, quale delle due squadre avrebbe dovuto ricevere maggiore attenzione?
Non volendo scendere nel dettaglio dell’atteggiamento degli sportivi e del Presidente Trump, quanto avvenuto in quest’occasione conferma ancora una volta quanto detto sopra: è un problema sistemico, che spazia dal linguaggio utilizzato (commenti poco gradevoli, linguaggio poco inclusivo, violenza verbale) all’approccio utilizzato (metodi poco coerenti con il corpo femminile, poca o scarsissima conoscenza della mente femminile e della loro esperienza di vita).
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