Immaginate gli dèi dell’Olimpo, annoiati dalla perfezione dei campionati algoritmici, delle televisioni a pagamento e dei bilanci milionari, mentre decidono la condanna definitiva per una città. A Siracusa non servono catene o fiumi di lava: basta un pallone di cuoio, una linea di gesso tracciata male e l’eterna, implacabile pendenza delGirone I di Serie D. È la condanna di Sisifo, che aveva sfidato la morte e ingannato Zeus e compagnia, che lo punirono con l’eterna spinta di un masso su un monte in pendenza. Una volta in cima, il masso torna a valle e Sisifo deve ricominciare, in un ciclo senza fine.
Ogni estate, puntuale come il sole che cuoce l’asfalto di Ortigia e fa evaporare le illusioni di maggio, il masso rotola inesorabilmente a fondo valle. Si azzera la memoria, si smontano le rose, si leccano le ferite di un sogno spezzato e si ricomincia daccapo. Eppure, l’inizio di una nuova stagione porta con sé un rito antico che sfida ogni legge della logica e della statistica: la città intera si ritrova ai piedi del monte, si sputa sulle mani e torna, ostinatamente, a spingere. E nonostante le prospettive di questa stagione, con la vittoria del campionato lontana e dei playoff privi di significato, si tenta comunque di giocare il tutto per tutto.
Il paradosso di Camus: la felicità del tifoso di provincia
Albert Camuschiudeva il suo celebre saggio su Sisifo con un’immagine folgorante che, a pensarci bene, andrebbe dipinta a caratteri cubitali nello spogliatoio del Nicola De Simone:«Bisogna immaginare Sisifo felice». È qui che il mito greco si rovescia e si trasforma nella più lucida dichiarazione d’amore calcistico. Perché il tifoso del Siracusa non è un condannato rassegnato alla pena, ma un ribelle lucido e incosciente.
La fatica di tifare una squadra di provincia non è un fardello da subire in silenzio; è il carburante stesso dell’esistenza. Se tutto fosse facile, se la vittoria fosse un atto dovuto e garantito dai petrodollari o dai ranking televisivi, che sapore avrebbe la domenica? Che valore avrebbe un gol al novantesimo su un campo polveroso e ostile della Calabria o della Sicilia profonda, tra recinzioni arrugginite, sputi e insulti che profumano di mare e salsedine? Il calcio delle serie minori è l’ultimo baluardo della carne viva, l’unico posto in cui la sofferenza ha un volto, un nome e una voce udibile.
Una solitudine condivisa: la forza della comunità
A differenza del Sisifo del mito, condannato a una solitudine cieca e geometrica, il Siracusa non è mai solo. Quel masso pesantissimo non lo spinge un uomo isolato nel suo orgoglio, ma una comunità intera che si riconosce sotto lo stesso cielo azzurro. Lo spingono i ragazzi in campo con la maglia madida di sudore, lo spingono Gaspare Cacciola e i veterani che urlano in apnea dalla panchina, lo spingono le migliaia di persone che affollano i gradoni, trasformando l’ansia di una categoria stretta in un coro collettivo che fa vibrare la pietra bianca dei monumenti millenari.
Ogni partita casalinga o trasferta proibitiva è un atto di ribellione contro la gravità del fallimento sportivo. Sappiamo tutti, in fondo al cuore, come vanno spesso le cose in questo sport: ci sono gli errori arbitrali, i mesi di apprensione, i mesi bui e le ambizioni che si infrangono a un passo dalla vetta. Ma c’è una bellezza feroce, quasi scandalosa, nel mettersi comunque in cammino, sfidando il cinismo del mondo moderno.
La cima come pretesto
Non importa se la pietra rotolerà giù un’altra volta o se, finalmente, questa sarà la stagione buona per scollinare verso la luce dei professionisti. La verità profonda che ogni tifoso azzurro custodisce nel petto è che la cima della montagna, in fondo, non è che un pretesto.
La vera felicità sta tutta in quel fiato sospeso, in quel brivido viscerale che precede il fischio d’inizio e in quella spinta testarda che, ogni benedetta domenica, ci ricorda che siamo vivi, che sanguiniamo passioni autentiche e che non c’è gioia più grande al mondo che ricominciare, ancora una volta, a salire.
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