Il Caffè del Leone | di Pierantonio Reale
Nell’ultimo decennio il mondo del calcio si è diviso in due categorie: giochisti e pragmatici. Marco Turati, sulla scia del suo mentore Vincenzo Italiano, nel guidare il Siracusa Calcio ha aderito al primo gruppo: quello dei tecnici che puntano a dominare il gioco e non si accontentano di vincere “di corto muso” con un calcio difensivo. Alla luce, però, della diciottesima sconfitta in 32 partite, il dibattito tra estetica e cinismo è tornato prepotentemente d’attualità.
Un vecchio proverbio dice che “quando non puoi vincere devi far di tutto per non perdere”, ma questo non è mai stato il motto dei Leoni azzurri. Al contrario, hanno sempre giocato a viso aperto contro chiunque, incluse le big del girone che in molti casi (Salernitana e Catania su tutte) sono uscite dal De Simone con le ossa rotte.
I numeri sono spietati e affascinanti al tempo stesso: il Siracusa vanta la più alta percentuale di possesso palla del Girone C e il 12° attacco del torneo (il migliore tra le pericolanti), ma sconta la quarta peggior difesa. Una discrepanza che si traduce nel penultimo posto sul campo con appena 30 punti. Il dubbio è cocente: avremmo raccolto di più se, invece di costruire dal basso con un 4-2-3-1 fluido, avessimo “parcheggiato il bus” davanti alla porta?
Il calcio di oggi, d’altronde, sta gradualmente abbandonando le filosofie ultra-offensive come il Tiki-Taka e il Gegenpressing, riscoprendo il valore della solidità. Ne è la prova più lampante l’Arsenal di Arteta, che domina la Premier schierando abitualmente quattro centrali e due centrocampisti rocciosi, spesso risolvendo la pratica di misura su palla inattiva per poi serrare le fila.Persino il giochista per eccellenza, Pep Guardiola, ha alzato la sua ultima Champions schierando ben quattro difensori centrali e un mediano nella finale contro l’Inter.
Non sapremo mai se un approccio più difensivo e pragmatico ci avrebbe portato più degli attuali 30 punti. Eppure, questa stagione sta lasciando pochissimo spazio ai rimpianti. Abbiamo visto il coraggio, il divertimento e la voglia di sfidare i giganti senza timidezza. Magari a fine stagione ci troveremo come Aldo, Giovanni e Giacomo in “Tre uomini e una gamba” dopo Italia-Marocco a chiederci:“Ma con questo bel gioco, come abbiamo fatto a retrocedere?”. Per ora, però, ci godiamo il viaggio, continuando a cullare il sogno salvezza con la bellezza negli occhi.
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